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venerdì 16 gennaio 2009

Giustizia: denuncia di medici carcerari "siamo all’emergenza"

di Valeria Pini

La Repubblica Salute, 15 gennaio 2009

In carcere stress da reclusione, disagi e sovraffollamento sono un terreno fertile per la diffusione delle malattie. Problemi che ogni giorno 2.000 medici e infermieri cercano di affrontare. Pochi per una popolazione detenuta che a fine anno ha toccato le 60.000 presenze, in strutture non adeguate. Un nodo, quello della salute in carcere, che ora, con il decreto attuativo che conclude la riforma del dl 230 del 1999, passa sotto la competenza del Servizio sanitario nazionale. Secondo l’ultimo rapporto della Commissione Giustizia del Senato, solo il 20% dei detenuti è sano, mentre il resto si trova in condizioni mediocri (38%) o scadenti (37%). Il 4% è in condizioni gravi e fra questi c’è una percentuale alta di "co-morbosità", in poche parole: più malattie e handicap in uno stesso paziente.

L’80% è malato

"In carcere", dice Andrea Franceschini della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria (Simspe), "arrivano spesso persone che provengono da ambienti disagiati e già questo porta a un concentramento di patologie".
Il 21% dei detenuti è tossicodipendente, il 15% ha problemi di masticazione, il 16% soffre di depressione o di altri disturbi psichiatrici, il 13% di malattie osteoarticolari, l’11% di malattie del fegato, il 9% di malattie gastrointestinali e il 6,6% di malattie infettive. La tossicodipendenza è spesso associata a Aids, epatite C e disturbi mentali.
"Secondo uno studio del Simspe il 17% dei detenuti è affetto da patologie virali croniche, fra cui l’epatite C", dice Franceschini. "Per quanto riguarda l’hiv il calcolo è più complesso, dal momento che il test non è obbligatorio e solo il 30% dei detenuti accetta di farlo. Per questo il dato reale può essere diverso rispetto alle stime".

Spazi minimi

Dal nord al sud il sovraffollamento è una emergenza, soprattutto per l’incidenza sulla diffusione delle malattie infettive. A ottobre i detenuti erano 57.739 a fronte di una capienza tollerabile di 43.084 unità. Più di 21.400 sono extracomunitari. In Lombardia la Asl ha denunciato due situazioni gravi: a San Vittore, nel "sesto raggio", celle di due metri per tre ospitano sei detenuti, mentre a Monza sono stati segnalati parassiti pericolosi per l’uomo. "È un problema strutturale", commenta Angelo Donato Cospito, responsabile dell’Unità operativa di Sanità penitenziaria in Lombardia. "Solo in Lombardia ci sono 8.000 detenuti in continuo aumento. Ci si contagia più facilmente. Fra l’altro, con la presenza di stranieri, sono emerse malattie quasi scomparse, come scabbia e pediculosi".
Secondo uno studio di Vincenzo De Donatis, dell’Area Sanitaria della Casa Circondariale di Modena, un detenuto ha una probabilità 30 volte superiore alla media di contrarre la Tbc, nonostante i frequenti controlli negli ambulatori degli istituti di pena. Fra i problemi che portano alla diffusione di virus e batteri c’è anche quello della scarsa igiene. Nelle celle il water è vicino al lavandino dove si lavano frutta, verdura e stoviglie. Qui, le norme igieniche che si rispettano in casa, sembrano svanire nel nulla. A Bologna l’associazione "Papillon" ha denunciato problemi come la mancanza di acqua calda e il fatto che, secondo i carcerati, il cibo è causa di gastriti e altre patologie.
"In queste condizioni di disagio e sovraffollamento", dice Francesco Ceraudo, presidente dell’Associazione medici amministrazione penitenziaria italiana (Amapi), "dopo aver perso la libertà i detenuti rischiano di perdere la salute". "In carcere", aggiunge Franco Levita, responsabile sanitario dell’Opg di Barcellona, in Sicilia, e segretario dell’Amapi, "anche una semplice influenza può pesare come un macigno sullo stato fisico del paziente. In Sicilia abbiamo un incremento continuo delle presenze negli istituti, anche per l’aumento degli sbarchi di immigrati. Lo spazio vitale diminuisce sempre di più e aumenta non solo il disagio fisico, ma anche quello psichico".
Difficoltà di adattamento e stress da reclusione sono all’origine di numerosi disagi psichiatrici (16% fra le patologie) per chi vive in stato di reclusione. Giuseppe Nese, presidente del Forum per il diritto alla Salute in carcere della Campania, spiega che per affrontare le difficoltà dietro le sbarre e i continui stati d’ansia, in carcere viene spesso utilizzata una dose eccessiva di tranquillanti.

Disagi psichici

E poi c’è l’emergenza per le azioni di autolesionismo. Nel 2007 i casi di tentativo di suicidio sono stati 610 e 45 i suicidi, mentre gli atti di autolesionismo 3.687. Secondo i primi dati, nel 2008 su 72 persone morte in carcere 31 si sono suicidate. In otto anni sono decedute 1.100 persone dietro le sbarre, di cui 400 si sono tolte la vita.
"I giorni più pericolosi", spiega Giuseppe Nese, "sono i primi, quelli in cui la persona affronta lo stress da privazione della libertà. Per questo in quel momento sono previste visite psichiatriche. In un secondo momento la situazione migliora anche perché il detenuto trova una ragione di vita nella preparazione della sua difesa processuale".

La burocrazia

Esistono determinate situazioni in cui il detenuto si ammala e non può essere curato in carcere. In tutto 15 istituti di pena dispongono di propri centri per la diagnosi e la terapia, mentre sono pochi gli ospedali con reparti speciali per il ricovero dei reclusi.
Gli istituti penitenziari più grandi come, ad esempio, Poggio Reale o Rebibbia ospitano dei veri e propri centri clinici. In tutte le altre strutture c’è comunque una presenza infermieristica o medica 24 ore su 24. Nei casi più gravi si chiede di spostare il paziente in ospedale. Per quanto riguarda invece i casi di ricovero ordinario, se il detenuto è in attesa di giudizio, la direzione del carcere invia un fax all’autorità giudiziaria per l’autorizzazione al ricovero esterno. Nel giro di 24/48 ore è l’Autorità giudiziaria a autorizzare o meno il ricovero. In caso di esito favorevole, la direzione del carcere fa richiesta di posto letto agli ospedali per verificarne la disponibilità. Se si tratta di detenuti con pene definitive l’iter è lo stesso, ma è il magistrato di sorveglianza a decidere. Se, invece, la patologia richiede un ricovero urgente, la direzione del carcere trasferisce subito il detenuto in ospedale (di solito il servizio di emergenza sanitaria 118 si avvale del pronto soccorso del nosocomio più vicino) dandone comunicazione all’Autorità giudiziaria.
A volte non si riesce a intervenire in tempo. "Tutte le problematiche che affronta un libero cittadino nel suo rapporto con il mondo sanitario le incontra un detenuto, con l’aggravante d’essere privo della libertà", spiega il Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni. "Il detenuto deve fare i conti con una impostazione che vede il diritto alla salute subordinato alle esigenze di sicurezza. Nell’agosto scorso due reclusi malati di tumore sono morti in vana attesa che un giudice decidesse sulla loro richiesta di trascorrere fuori del carcere gli ultimi periodi di vita". La Lombardia sta portando avanti un progetto che prevede poli sanitari specializzati nei diversi istituti di pena. Così, ad esempio, se un detenuto del carcere di Lecco soffre di cuore viene spostato a San Vittore, dove si trova il polo cardiologico.

Lo shock da primo ingresso

I primi giorni dietro le sbarre sono i più delicati, soprattutto da un punto di vista psicologico, per la salute del detenuto. La gestione dei nuovi arrivati dovrebbe essere affidata a uno staff composto da: psicologo, medico, infermiere, psichiatra, rappresentante dell’area educativa e della polizia penitenziaria, operatori del Ser.T., assistenti sociali e mediatori culturali e/o sociosanitari. Il primo livello del servizio di accoglienza è rappresentato dalla "visita di primo ingresso". L’Ufficio Matricola si accerta di eventuali precedenti detenzioni, recupera la cartella personale del detenuto e contatta i servizi sanitari territoriali che eventualmente lo hanno avuto in carico prima della detenzione. È obbligatorio solo l’Rw, il test che controlla se il paziente ha la sifilide. Serve il consenso del paziente invece per l’Hbv (epatite virale B), Hcv (epatite C) e per l’Hiv.

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