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sabato 13 dicembre 2008

Lettere: medico carcerario racconta; "violenza istituzionale"

 www.nopsych.it, 13 dicembre 2008

 

Il presente documento è stato recapitato martedì scorso all’Oism (Osservatorio Italiano Salute Mentale) dopo che l’autrice l’aveva postato come commento sul sito della Senatrice Poretti.

Onorevole Senatrice Donatella Poretti, mi chiamo Ilaria Bologna e per più di un anno ho lavorato come medico di guardia presso la Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, meglio conosciuta come "Le Vallette".

Non conosco per esperienza diretta la realtà dell’Opg. Leggere dei pestaggi e capire che non sono un’eventualità remota ed eccezionale, ma una realtà tanto grave quanto comune non richiede del resto una conoscenza approfondita: un’esperienza che non sia di solamente un paio di visite di mezz’ora all’interno di un’istituzione totale consente di capire immediatamente di cosa si sta parlando.

Al signor Maurizio Parenti cui preme che "il buon nome della Polizia Penitenziaria non sia infangato" mi sento di sottolineare che all’interno delle strutture carcerarie, e gli Opg nei fatti lo sono, i pestaggi da parte degli agenti (addirittura organizzati in apposite "squadrette") sono all’ordine del giorno, sono l’ovvietà di fronte a cui si trovano tutti i detenuti e tutto il personale che all’interno della struttura lavora. Medici in prima linea, è il caso di dire.

Occorre una specificazione per quanto riguarda il ruolo del medico in carcere: nella maggior parte delle Case Circondariali di dimensioni medio-grandi il medico, fisicamente presente 24 ore su 24 all’interno dei padiglioni o delle sezioni, volente o nolente a stretto contatto con gli agenti, ha primariamente un ruolo da "manutentore".

Deve garantire il benessere psico-fisico del detenuto non perché abbia la possibilità reale di approcciarsi a lui come a un suo paziente vero e proprio, ma perché l’istituzione per cui lavora esige ordine, e non esiste ordine se non attraverso "la salute" del detenuto. Automaticamente il medico assume anche poteri custodiali, e spesso non solo secondariamente.

Il pestaggio raramente avviene nella totale ignoranza del medico: è piuttosto frequente che il detenuto picchiato venga poi portato in infermeria per "un controllo" e che siano palesi segni che rendono possibile, e francamente non solo al cosiddetto "occhio clinico", risalire all’accaduto. A seconda di quanta complicità/connivenza esista tra il medico e gli agenti, e dunque di quanto questi ultimi ritengano di dover temere, gli agenti stessi sono più o meno espliciti nel riconoscere cosa è effettivamente successo: potranno sostenere che "sono stati costretti", che "il detenuto era agitato e aggressivo", o addirittura apertamente compiacersi di "aver dato una lezione".

A volte viene finta una rissa tra detenuti (il detenuto facilmente non parla per paura di un ulteriore pestaggio). In alcuni casi il detenuto non viene nemmeno portato in infermeria, e questo avviene soprattutto se gli agenti temono che il medico in turno possa refertare in cartella clinica le prove indiscutibili di ciò che è successo.

Una questione a parte sono poi le violenze praticate nei cosiddetti Reparti di Osservazione Psichiatrica, sezioni speciali in cui soggiornano, su richiesta della magistratura o a seguito di segnalazione del personale carcerario, i detenuti che potenzialmente "affetti da patologia psichiatrica" sono candidati al percorso dell’ospedale psichiatrico giudiziario.

In tali sezioni la contenzione a mezzo di manette, la sedazione non consensuale con iniezioni di psicofarmaci, la rimozione degli oggetti personali e di abiti, lenzuola e coperte "a scopo precauzionale" sono comuni ed "automatiche", e anche quando sono iniziative autonome degli agenti di Polizia Penitenziaria devono comunque essere confermate ed autorizzate in cartella clinica dal medico (quasi sempre uno psichiatra).

La domanda immediata dovrebbe essere: perché allora non esistono denunce di pestaggi da parte del personale sanitario in primis? La risposta è duplice. Per la mia esperienza i medici penitenziari si dividono grossolanamente in due categorie. Alcuni, sia per convinzione, comodità o quieto vivere, assumono totalmente il ruolo dei garanti dell’ordine e nella pratica sono spesso quasi indistinguibili dagli agenti, se non perché rispetto a loro hanno più potere.

Certamente non saranno loro a denunciare i pestaggi. Altri, la minoranza, pur riconoscendo la realtà della sistematica violenza di Stato, arrivano comunque presto a considerarla la "tragica quotidianità" con cui devono avere a che fare, che disapprovano con lo scuotere la testa ma che "bisogna accettare, questo posto è così". I pochi che condannano e tentano di denunciare sono voci sole facilmente zittite, anche con la perdita del posto di lavoro: un medico "disallineato" crea diseconomia nel sistema.

Non lavoro più in carcere e la mia scelta, francamente in parte anche indotta, deriva dalla definitiva presa di coscienza di chi, dopo aver ingenuamente tentato di "fare bene il proprio lavoro perché meglio di niente", realizza irreversibilmente l’enormità dell’aberrante meccanismo cui deve sottostare, e come tale meccanismo gli impedirà sempre di ricoprire eticamente il proprio ruolo: perché gli impedisce di curare per prima cosa gli interessi del paziente che è sempre prima di tutto un detenuto; gli impedisce di tutelare la relazione medico-paziente e con essa la confidenzialità e la segretezza delle informazioni scambiate; gli impone, più o meno sottilmente, di assumere ruoli educativo-disciplinari che non devono competergli.

Leggendo dei pestaggi nell’Opg di Montelupo tristemente non posso stupirmi, come non posso credere che infermieri e medici, psichiatri e non, ne fossero e ne siano all’oscuro. Come non potrò stupirmi se durante la sua visita a Montelupo, accompagnata dal signor Maurizio Parenti, nulla dovesse sembrare particolarmente fuori posto, se non, forse, qualche crepa nel muro. La ringrazio dello spazio concessomi.

 

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