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venerdì 21 novembre 2008

L'ITALIA VIOLENTA

Nel Paese di Verri e Beccaria il reato di tortura non è previsto. L'Europa ci bacchetta ma il ministro Alfano tira dritto per la sua stada, difendendo il pacchetto sicurezza e riaprendo la discussione sul 41 bis

di Irene Testa 

(Articolo pubblicato sul n.47 di Left Avvenimenti del 21 novembre 2008)

Tortura: coercizione fisica o morale allo scopo di estorcere confessioni o dichiarazioni; in ambito giudiziario, anche pena corporale particolarmente crudele, fino a implicare talvolta sevizie brutali e disumane.  La definizione del Devoto-Oli descrive la pratica che ha macchiato e continua a macchiare il funzionamento delle macchine giudiziarie di tanti Paesi nel mondo. Nel codice penale italiano la parola 'tortura' non c'è e non informa alcun reato. In Italia, patria di Verri e Beccaria, paese che ha ratificato dal 1955 la Convenzione europea per i diritti dell'uomo e dal 1988 la Convenzione ONU contro la tortura, che recentemente ha anche condotto al Palazzo di Vetro la campagna per la moratoria delle esecuzioni capitali, si può essere perseguiti per quasi tutti i reati violenti, ma la tortura, fisica o psicologica, non è contemplata neanche come aggravante. Così non si tratta di tortura quando si sbattono i presunti innocenti in galera per periodi che possono durare fino a ben nove anni di custodia cautelare, e non si è trattato di tortura quando agenti e dirigenti del carcere di Sassari furono condannati per il barbaro pestaggio di una trentina di detenuti. La tortura non la si può ravvisare tra gli effetti delle sistematiche violazioni del diritto e della dignità dei detenuti che si consumano ogni giorno nelle carceri italiane, sovraffollate ormai oltre la soglia del collasso, né in pene come il carcere duro previsto dall'art. 41 bis per i reati di mafia, regime di isolamento totale e prolungato.

Recentemente, una delegazione del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio europeo ha condotto una serie di visite in alcuni istituti di pena italiani. La missione, tra i cui scopi rientrava la raccolta di informazioni sul regime del 41 bis, avrebbe espresso forti preoccupazioni per la situazione italiana in un incontro col Ministro. E' seguita a ruota un'altra missione di osservazione da parte del Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria del Consiglio delle Nazioni Unite, che ha criticato il 41 bis per la estrema durezza del trattamento e la durata spesso prorogata delle applicazioni, e si è dichiarata sorpresa per la mancanza del reato di tortura nella legislazione italiana.
Tutto questo non sembra però preoccupare il Ministro Alfano che tira dritto per la sua strada, difendendo il 'pacchetto sicurezza' appena approdato al Senato, e promettendo un ulteriore giro di vite sul 41 bis. In questo il Ministro ha dalla sua parte un'ampia maggioranza trasversale in Parlamento, che vede nel regime di carcere duro l'unica arma a disposizione delle forze investigative per far "parlare" i mafiosi. Di tutt'altro avviso sono invece i senatori radicali Poretti, Perduca e Bonino, che, sulla scorta delle osservazioni delle missioni internazionali e dalle indagini di associazioni come Antigone e Arci, hanno presentato oltre trenta emendamenti al Ddl. Oltre a quello che abroga l'indurimento del regime di 41 bis, un emendamento riguarda l'introduzione del reato di tortura, che punisce con la reclusione da quattro a dieci anni il pubblico ufficiale che infligge ad una persona lesioni o sofferenze fisiche o mentali, per ottenerne informazioni o confessioni, punirla o intimorirla. Non è affatto scontato che una simile proposta sarà accolta dal Senato. Ad ogni modo, è già pronto un Ddl ad hoc che nella scorsa legislatura fu fermato a un passo dalla meta dalla caduta del governo Prodi, e che sarà al più presto ripresentato, assicurano i parlamentari radicali

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