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mercoledì 12 novembre 2008

Giustizia: l’80% di malati, nel carcere una "bomba sanitaria"

di Margherita De Bac

Corriere della Sera, 10 novembre 2008

Carceri malate. Non solo perché piene come un uovo e in gran parte strutturalmente vecchie e disumane. Ma soprattutto perché ospitano decine di migliaia di persone minacciate da un carico di patologie in certi casi doppio rispetto a quello dei liberi.
Appena il 20% circa dei detenuti sono sani. Il resto si trovano in "condizioni mediocri, 38%, scadenti, 37%, o gravi, 4%, con alto indice di co-morbosità", vale a dire più criticità e handicap in uno stesso paziente. È il più completo rapporto sulla sanità penitenziaria quello predisposto dalla Commissione Giustizia del Senato, su richiesta del presidente, Filippo Berselli.
"Per capire la drammaticità del mondo dietro le sbarre bisogna visitarle le carceri. Io lo sto facendo. Ho scoperto realtà sorprendenti. Come nella Casa Circondariale di Bolzano, oggetto di una mia interrogazione parlamentare al ministro Alfano. Dodici uomini stipati in un’unica cella. Ho domandato se ci fosse il bagno. Certo, mi hanno risposto, indicando una tendina in fondo alla stanza. L’ho scostata, nascondeva lavandino e water.
Il cortile è un piccolo spazio che viene trasformato in campo di calcio durante l’ora d’aria. La porta è disegnata sul muro. Una sola. Per l’altra non c’è abbastanza spazio. E poi ci meravigliamo se la salute per questa gente sia un concetto astratto. Se le infezioni si trasmettono più rapidamente, se c’è chi va fuori di testa. Mi sorprenderebbe il contrario".
Il rapporto verrà discusso dalla Commissione Giustizia e costituirà la base di un pacchetto di proposte. I dati raccolti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria riguardano l’analisi di schede e singole indagini condotte a più riprese. Nella premessa viene osservato che "la domanda di salute in carcere è in costante crescita. Si è passati da oltre 25.500 detenuti del 1990 ai 55.000 del giugno 2008 (tra cui 2.410 donne, il 4,4%).
Ma se si considera il turnover degli arrestati e dei dimessi è evidente come l’offerta dei servizi sanitari coinvolga numeri vicini al doppio di quelli citati". Per ogni "nuovo giunto" viene compilata una cartella di ammissione. Un archivio estremamente dettagliato, come non si trova neppure in ospedale. Il 21% dei detenuti sono tossicodipendenti, il 15% hanno problemi di masticazione, altrettanti soffrono di depressione e altri disturbi psichiatrici, il 13% di malattie osteo-articolari, il 10% malattie del fegato, per limitarsi alle cinque patologie maggiormente diffuse.
La tossicodipendenza è spesso associata a Aids, epatite C e disturbi mentali. "Si deve osservare - sottolinea il rapporto - che le psicopatie, certe malattie infettive e quelle dell’apparato gastroenterico sono presenti con percentuali notevolmente superiori a quelle osservate in libertà". Le persone con Hiv sono 1008, il 2,07% della popolazione carceraria complessiva. Ma l’infezione è molto più diffusa di quanto rivelino le cartelle cliniche. Solo il 30-40% dei detenuti accettano di sottoporsi al test.
"È vero, la maggior parte lo rifiutano", evidenzia il problema Giampaolo Carosi, infettivologo a Brescia, componente della Commissione nazionale Aids. Due le ragioni. Grazie alle nuove terapie, oggi la sieropositività, anche se coincide con uno stato di avanzato indebolimento del sistema immunitario, non costituisce più uno scivolo automatico verso la scarcerazione. Non solo, ma chi viene trovato positivo al virus dell’Hiv va incontro ad emarginazione, stigma da parte dei compagni. "Sono decadute le ragioni per cui il detenuto aveva interesse a far scoprire l’infezione - continua Carosi -. Credo che però il test andrebbe offerto meglio, non solo al momento dell’ingresso".
Quindici istituti di pena dispongono di propri centri per diagnosi e terapia. Si contano sulle dita di una mano gli ospedali con reparti speciali per il ricovero dei reclusi. Due, sulla carta le sale operatorie "interne", a Pisa e al Regina Coeli. Ma la struttura romana è chiusa da prima dell’estate perché ha bisogno di manutenzione. I ritardi dell’intervento tecnico sono dovuti al passaggio di competenze. Dal 1° ottobre la medicina penitenziaria è stata trasferita dal ministero della Giustizia alle Asl.
Una rivoluzione che dovrebbe portare dei benefici ai carcerati. Riceveranno la stessa assistenza che spetta a un cittadino libero. Quindi uguali diritti soprattutto dal punto di vista della erogazione di farmaci. Prima non c’era sufficiente chiarezza su chi dovesse sostenere la spesa, se l’istituto di pena o la Asl, timorosa di vedersi negare i rimborsi da parte del ministero di Giustizia. Ambedue cercavano di risparmiare, specie se si trattava di prodotti costosi. Ed è uno dei problemi denunciati dal rapporto.
La riorganizzazione richiederà tempo. I soldi stanziati per il servizio sanitario penitenziario (84 milioni nel 2008) devono essere trasferiti al Fondo sanitario nazionale. Poi, la ripartizione tra le Regioni e da qui alle Asl che hanno competenza territoriale sugli istituti.
Ma non è l’unico ostacolo: "Non sono stati definiti ancora modelli operativi adeguati all’assistenza in carcere, le Regioni non si sono attrezzate a fornire servizi medici nei penitenziari, ambigua la gestione dei contratti di lavoro e dei ruoli professionali".
Un ampio capitolo del dossier è dedicato agli ospedali psichiatrici: 1.173 detenuti (195 soggetti a misure di contenzione fisica) distribuiti tra le sei strutture di Castiglione, Montelupo, Napoli, Reggio Emilia, Barcellona, Aversa, nate per destinazioni diverse. Diagnosi più frequente il disturbo paranoide schizofrenico e disturbi della personalità. In generale "il numero degli ammessi è sempre superiore al numero dei dimessi. Il rapporto tra il primo e il secondo gruppo è decisamente più sfavorevole a Barcellona".
L’organico dei sanitari è ridotto all’osso. Quindici medici, 183 infermieri, 5 assistenti sociali, per la metà part-time. Pesante la denuncia della Commissione interministeriale Giustizia-Salute incaricata di fotografare la situazione e formulare proposte: "Concentrazione degli internati, commistione più varia di condizioni cliniche e percorsi giuridici, inadeguatezza numerica del personale sanitario, assenza di formazione specifica in un settore così delicato".

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