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sabato 29 novembre 2008

Giustizia: anche per i malati di mente la risposta è il carcere?

di Adolfo Ceretti (Università degli Studi Milano-Bicocca)

 

L’Opinione, 28 novembre 2008

 

Una vasta letteratura scientifica, centrata sui materiali del Bureau of Justice Statistics degli Stati Uniti d’America, individua nel sistema carcerario americano la principale agenzia di presa in carico della malattia mentale che tra la popolazione detenuta ha infatti una prevalenza assai più alta (anche 2 o 3 volte) rispetto alla popolazione generale.

Il Prof. Bernard Harcourt, in un recente studio ha riletto il fenomeno della de-istituzionalizzazione psichiatrica, aggregando i dati sull’ospedalizzazione psichiatrica con quelli sulla carcerazione nel periodo compreso tra il 1928 e il 2000. La rilettura è stata sintetizzata in una curva che ha preso il suo nome, dove si evidenzia, a partire dagli anni Sessanta, una costante diminuzione dei livelli di istituzionalizzazione - concomitante alla intensa de-ospedalizzazione psichiatrica - e una inversione di tendenza a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, concomitante a una netta crescita dei livelli di carcerizzazione: questi ultimi, tendenzialmente stabili fino a metà degli anni Settanta, nell’arco di un quarto di secolo aumentano di 6 volte, fino a superare i 640 detenuti per 100mila abitanti nel 2000 (il tasso oggi è di circa 740 per 100mila abitanti).

Il carcere, quindi, costituisce oggi negli Usa la principale istituzione totale, con una popolazione che ha largamente superato quella istituzionalizzata negli ospedali psichiatrici negli anni Cinquanta. Viene, dunque, spontaneo chiedersi se il fenomeno della psichiatrizzazione del carcere coinvolge anche il sistema penitenziario italiano.

La nuova centralità del carcere come luogo di neutralizzazione e l’emergere della cultura del controllo impongono una riflessione sulle attuali filosofie e pratiche di gestione della popolazione con problemi di salute mentale. D’altra parte, in uno scenario dominato dal declino delle politiche di welfare, in cui anche la famiglia è troppo sola per il carico della sofferenza mentale (e del relativo stigma), le zone di fragilità istituzionale giungono a configurarsi come sacche di re-istituzionalizzazione e di nuove cronicità.

A distanza di trent’anni dalla riforma Basaglia, insomma, la risposta alla malattia mentale sembra oscillare tra il manicomio diffuso e la carcerizzazione. L’Università di Milano-Bicocca, con il sostegno economico e il contributo scientifico dell’Associazione Saman, ha messo a punto un percorso di ricerca su Salute mentale e controllo sociale, presentato recentemente in un Convegno, promosso dall’Osservatorio "Giordano Dell’Amore" e organizzato dal Centro Nazionale di Prevenzione e Difesa Sociale in collaborazione con la Fondazione Cariplo.

La ricerca intende affrontare tali questioni, approfondendo alcuni aspetti degli attuali sistemi di controllo e in particolare: il loro funzionamento e l’interconnessione delle pratiche istituzionali; le ricadute dei dispositivi istituzionali sui percorsi di vita delle persone, a partire dai loro diritti alla salute e alla libertà, entrambi tutelati dalla Carta Costituzionale. Al fine di valutare l’articolazione dei modelli istituzionali contemporanei di controllo sociale della popolazione con problemi di salute mentale e le ricadute sui percorsi di vita delle persone s’intende adottare una pluralità di metodi di indagine. In particolare: si analizzeranno i dati empirici disponibili nelle statistiche ufficiali o in ricerche già pubblicate relative ai servizi psichiatrici e al sistema penale; si raccoglieranno e analizzeranno i dati e le informazioni presenti nei diversi luoghi istituzionali del controllo attraverso l’elaborazione di questionari o di griglie di rilevazione elaborate ad hoc; si svolgeranno colloqui con gli operatori del controllo al fine di approfondire le tecniche e le modalità con cui si esplica l’attività di cura e controllo della popolazione con problemi di salute mentale.

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