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venerdì 12 settembre 2008

Nuoro: detenuto marocchino inala gas e muore nella sua cella

di Antonello Palmas

La Nuova Sardegna, 12 settembre 2008

Quasi certamente ha inalato una dose letale di gas dalla bomboletta del fornellino in dotazione per stordirsi, ma senza l’intenzione di uccidersi: così sarebbe morto due sere fa, verso le 21,15, un detenuto marocchino (del quale non sono state rese note le generalità) nel bagno della sua stanza nel carcere di Badu ‘e Carros. I compagni (siamo in periodo di Ramadan, pare che dopo cena avessero anch’essi assunto gas e fossero alterati) non si sarebbero subito resi conto del fatto, se non quando non c’era più nulla da fare.
Indaga la magistratura e si attendono maggior certezze dall’esito dell’autopsia. Carlo Murgia, il sociologo garante dei detenuti, commenta: "È l’ulteriore conferma di quanto all’interno del carcere sia diffusa l’abitudine dell’uso di sostanze nel tentativo di alleviare lo stato di sofferenza." Si apre una finestra su un mondo del quale si ha spesso una percezione sbagliata: "L’opinione pubblica è convinta che questo non sia un luogo di pena, ma una specie di ostello dove si guarda la tv o si studia. Invece non si socializza affatto, l’ingranaggio più oscuro dello Stato, l’immagine opaca della società" dice amaramente Murgia.
E gli stranieri stanno peggio: "Soffrono di certo più di altri - risponde - per la lingua, per le difficoltà di socializzazione e per la provenienza da culture differenti". Murgia ricorda come la legge preveda che l’Asl acquisisca il reparto sanitario degli istituti di pena, ma ciò non accade per le lentezze della burocrazia regionale e la mancanza di fondi: "Significa che i detenuti andrebbero curati esattamente come tutti gli altri cittadini - spiega - ma non è così.
Così il carcere diviene valvola di sfogo delle aggressività individuali e collettive, e le patologie sadomaso di realizzano con totalità e quotidianamente". Il sindacalista Cisl Giorgio Mustaro: "Incide il problema delle strutture non adeguate nonostante i rattoppi, la mancanza di un numero adeguato di educatori (due per 300 detenuti). Tra le esigenze c’è anche quella di avere un direttore da non dividere con Sassari, come accade ora".

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