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venerdì 26 settembre 2008

Giustizia: quasi 3.000 i detenuti italiani nelle carceri straniere

di Dimitri Buffa

L’Opinione, 26 settembre 2008

Per quasi 3mila famiglie italiane c’è un dramma in più oltre a quelli quotidiani dovuti alla crisi: avere un congiunto nei guai con la giustizia in un paese straniero. La cifra dei detenuti secondo i dati del ministero di via Arenula raggiungeva a fine del 2007 la ragguardevole quota di 2.823 unità. La somma dei detenuti di un carcere di una grande città come Roma o Milano, insomma.
La maggior parte, 2304, sono detenuti in Europa. E fin qui, sia pure con eccezioni e sfumature mica tanto leggere nei paesi dei Balcani e dell’Est europeo, ancora si potrebbe ragionare. I problemi veri vengono infatti dagli altri 519 italiani in galera in paesi come India, Brasile, Egitto, Marocco, Filippine, Sri Lanka, Thailandia e anche negli Stati Uniti d’America. La maggior parte di loro è dentro, va detto, per reati odiosi come la pedofilia, lo stupro, l’omicidio o il traffico internazionale di sostanze stupefacenti.
Alcuni però si professano innocenti e alcuni altri sono chiaramente vittime di persecuzioni giudiziarie messe in atto a scopo di estorsione da corrottissime polizie locali, come accade spesso in Messico, India, Brasile o Thailandia. Poi ci sono casi eclatanti, come quello del carabiniere italiano pestato a sangue e torturato per dieci giorni nella cella di isolamento di una prigione croata perché "pretendeva" di avere ragione in un incidente stradale.
O come quello dei due giovani italiani, Angelo Falcone e Simone Nobili, che, dal 9 marzo 2007, si trovano in un carcere in India accusati di avere comprato diciotto chili di hashish da due tassinari, in realtà spie della polizia, e dopo avere firmato una "confessione" in hindi, lingua che ovviamente neppure conoscono, a forza di botte. Del loro caso se ne occupa da più di un anno il consolato italiano di New Dehli.
Ma la domanda è: come se ne occupa? "Male, malissimo", fanno sapere i membri di una lodevole Ong italiana, Secondoprotocollo.org, che da anni denuncia questo problema degli italiani detenuti all’estero e dei pochissimi fondi a disposizione delle ambasciate per aiutarli. In pratica i soldi in dotazione non superano i 5 o 10mila euro l’anno, con i quali spesso neanche si pagano le visite in carcere di un avvocato mediocre.
Inoltre i legali in loco, "convenzionati" con le nostre ambasciate, sono spesso gente non controllata dalle nostre autorità. E infatti Simone e Angelo hanno fatto spendere, da innocenti, quasi centomila euro alle rispettive famiglie con legali di ufficio che hanno preteso cifre da capogiro solo per presenziare il processo: anche 40mila euro a udienza. Anche in Paesi civili come la super-libera California può capitare di trovarsi dentro ingranaggi come quelli del film con Alberto Sordi "Detenuto in attesa di giudizio".
Ne sa qualcosa Carlo Parlanti, un nostro connazionale di Montecatini Terme che nel 2004 venne arrestato in Germania e poi estradato in California con l’accusa di stupro sulla base delle dichiarazioni della ex convivente. Da allora è in galera e il nostro paese non è riuscito a fare assolutamente nulla per lui che si proclama vittima di una macchinazione e che ha anche fornito la prova dell’impossibilità materiale delle accuse a lui contestate.
Anche in Grecia possono succedere cose molto spiacevoli, come sanno bene quei due studenti estradati ad Atene dall’Italia per il possesso di 21 grammi di hashish e adesso in attesa di un giudizio che potrebbe rivelarsi pesantissimo.
Per tutte queste persone, ma anche per i colpevoli di reati che non meritano comprensione, oggi come oggi esiste una sola certezza: se non c’è la famiglia dietro ad aiutarti economicamente e con gli avvocati, sullo Stato italiano non c’è davvero da far conto. Nonostante tutta la retorica sugli italiani all’estero anche da questo punto di vista siamo il fanalino di coda della Ue e del mondo occidentale. E i recenti tagli in finanziaria hanno se possibile ulteriormente aggravato la situazione.

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