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giovedì 28 agosto 2008

La "Gozzini" è una delle poche leggi che funzionano... da 22 anni!

Intervista di Chiara Bazzanella a Stefano Zanini (Presidente Camera Penale di Verona)

Ristretti Orizzonti, 27 agosto 2008

Che cosa ne pensa del disegno di legge proposto dal senatore di Alleanza Nazionale, Filippo Berselli, che prevede modifiche alla legge penitenziaria del 1975 e al codice di procedura penale, in materia di permessi premio e di misure alternative alla detenzione?

L’Unione Camere Penali ha già preso posizione su questa proposta di legge, avanzando al riguardo non poche preoccupazioni. Si tratta di una proposta che, in nome della sicurezza, mira a introdurre restrizioni pesanti alle leggi in vigore, in una direzione che non potrebbe che portare a un ulteriore sovraffollamento delle carceri. Ad esempio, l’articolo 47 della legge n. 354 del 1975 prevede che se la pena detentiva inflitta non supera tre anni, il condannato può essere affidato al servizio sociale fuori dell’istituto per un periodo uguale a quello della pena da scontare. La recente proposta di abbassare da 3 a un anno il limite di tempo, non può che significare un aumento del numero dei detenuti.

Per quale motivo, secondo lei, questa paura delle misure alternative alla detenzione?

C’è un malinteso di fondo, che fa apparire i benefici previsti dalla legge del ‘75 come regalati dalla Magistratura. Ma non è così: la Magistratura concede tali benefici con una certa parsimonia. In un articolo di Repubblica dell’8 agosto, Donato Capece, segretario generale del Sappe (sindacato autonomo di polizia penitenziaria) ha dichiarato che: a fine luglio i detenuti erano quasi 55 mila, mentre la capienza delle carceri è di 42.950 posti. Servono interventi strutturali a cominciare da una più ampia applicazione della misura alternativa dell’espulsione per i detenuti extracomunitari con pena sotto i due anni.

Da un lato viene avanzato un disegno di legge per ridurre la possibilità di applicazione di misure alternative, dall’altro chi lavora nelle carceri chiede che tali misure vengano utilizzate maggiormente per combattere il crescente fenomeno del sovraffollamento.

Secondo Berselli ai magistrati che, in applicazione delle norme, riconoscono benefici ai detenuti si richiede una difficile prognosi sulla condotta che questi terranno. Ma questo non è vero perché i magistrati non danno i benefici senza criterio o con superficialità. I permessi premi non sono regalati ma concessi, e prevedono determinati comportamenti del detenuto, che non li riceve certo in maniera automatica.

Nessun rischio per la società, se vengono applicati tali benefici?

Sono i dati stessi a parlare. Nel 2007, su 7 mila misure alternative concesse, le revoche ammontano allo 0,14%. Nel 2007 tra l’altro ne sono state concesse poche per effetto del post indulto che ha diminuito il numero dei detenuti che potevano godere di tali benefici, ma se si guarda al 2006, su 40mila misure concesse, le revoche sono state 66, pari allo 0,16%. Le recidive in misura alternativa sono pari allo 0,16%. Un dato irrisorio e importantissimo, di cui non si tiene conto. Non bisogna marciare sui pochi casi in cui chi godeva di un permesso premio ha commesso ulteriori reati. Si tratta di casi isolati, mentre i dati sono del tutto a favore della Gozzini.

Crede che sarà accolta la proposta del senatore di An?

Il disegno di legge di Berselli potrebbe fare presto a essere presentato in aula, ma si spera che si tratti di una boutade. Si tratta di una proposta inaccettabile. Non fosse che per il fatto che mira a una totale soppressione della scarcerazione anticipata (al momento di 45 giorni per ogni semestre trascorso con una buona condotta per un totale massimo di 90 giorni all’anno). La scarcerazione anticipata è uno strumento che porta i detenuti a serbare una buona condotta, a evitare risse e scontri con gli altri reclusi e con gli agenti penitenziari. Sopprimere questo beneficio rappresenta un passo del tutto ingiustificato, oltre che un oltraggio alla stessa Costituzione italiana secondo cui il fine della pena è di essere rieducativa. I 45 giorni insegnano al detenuto che un buon comportamento è un modo per iniziare quell’inserimento sociale cui la pena deve tendere.

Perché questa proposta di legge?

In nome di una necessità della sicurezza ingigantita e ingiustificata. L’emergenza sta più nei 1200 morti all’anno sul lavoro (con costi per l’Inail di 45 miliardi di euro annui) e nei 5.500 morti sulle strade, che nell’ingiustificata necessità di garantire il carcere a persone con pene brevi. Il nuovo pacchetto sicurezza ha introdotto modifiche al comma 5 dell’articolo 656 del codice di procedura penale, che prevede la sospensione entro 30 giorni per condanne brevi non superiori a tre anni (esclusi determinati reati come associazione a delinquere di stampo mafioso, violenza sessuale, etc.). Il nuovo pacchetto sicurezza prevede che la sospensione non avvenga nemmeno per furti aggravati e incendi o reati commessi da persone di diversa nazionalità. Ciò significa che le carceri saranno sempre più piene di stranieri, con furti equiparati a violenza sessuale e schiavismo, reati per i quali attualmente non opera la sospensione dell’ordine di esecuzione. Un provvedimento di facciata che non tiene conto dei dati concreti.

E quali sono i dati concreti?

Le carceri sono sovraffollate e il sistema delle misure cautelari è da rivedere. Su 55mila detenuti oltre 20 mila sono in attesa di processo. 20 mila persone in custodia cautelare rappresenta senz’altro un’anomalia, un dato che stride anche con la presunzione di innocenza. Inoltre il 38% dei detenuti passati per la detenzione preventiva vengono poi prosciolti. In Italia c’è un uso massiccio della custodia cautelare che rappresenta un grande costo (32mila euro all’anno per detenuto contro i 24mila della Germania).

Dal 2001 è stato istituito l’uso del braccialetto elettronico del quale però non viene fatto uso. Perché non iniziare a usare di più la misura degli arresti domiciliari? Dosando meglio le misure cautelari si può concretamente ridurre il sovraffollamento, senza sacrificare le esigenze cautelari.

In un articolo uscito Sul Corriere della Sera del 21 agosto, è stata fatta luce su un altro aspetto fondamentale: il ricambio degli imputati stranieri in prigione arriva al punto che nei primi cinque mesi del 2008 ne sono entrati oltre 9.000, ma l’85% sono rimasti dentro meno di una settimana. L’articolo prosegue riportando l’ultima relazione del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) al ministro, in cui è scritto: "Il fenomeno si presenta come realmente dirompente per l’organizzazione penitenziaria, occorre chiedersi se una permanenza così breve per un numero così alto di detenuti soddisfi le esigenze processuali e quelle di difesa sociale sottese all’applicazione di misure cautelari, in considerazione, anche, dell’assenza di una procedura effettiva di espulsione".

Si parla di costruire nuove carceri per combattere il sovraffollamento. Cosa ne pensa?

L’ipotesi di nuove carceri prevede la spesa di molti soldi per la struttura e per il personale, in un momento in cui il bilancio del Ministero della Giustizia è sempre più magro, a cominciare dai tagli di 300 milioni di euro in tre anni disposti con il decreto Bersani del 2006.

Sembra che ci sia un po’ di confusione. Con proposte politiche non sempre aderenti alla realtà…

Tutte contraddizioni che verranno affrontate nel dibattito parlamentare. In ogni caso la Gozzini è una legge del 1986, in vigore da 22 anni. In Italia è una rarità che una legge rimanga intatta per così tanto tempo, il che non può che significare che è sempre stata considerata una buona legge.

Non si tratta di essere buonisti a tutti i costi, ma di fare i conti con bilanci e scopi di Stato. Bisogna garantire la sicurezza ai cittadini. E lo si fa anche garantendo un trattamento sanzionatorio umano e rieducativo in vista di un benessere generale. In questo modo è tutta la società a guadagnarne. Se si pensa solo a una pena afflittiva è più probabile ottenere la delinquenza. Mentre il detenuto deve avere la possibilità di predisporre il terreno per quando uscirà, con la ricerca di un lavoro, di una casa, e di quella serie di contatti e punti di riferimento fondamentali per non tornare a delinquere una volta fuori.



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