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sabato 5 luglio 2008

Giustizia: retromarcia del governo sul decreto intercettazioni

 La Repubblica, 4 luglio 2008
 
Non ci sarà un decreto legge sulle intercettazioni. In compenso il Guardasigilli Angelino Alfano comincia a lavorare intorno all’immunità parlamentare, riproponendo l’idea di un ritorno allo spirito della Costituzione come fu scritta nel 1948, salvo modificarla nel ‘93 cancellando il privilegio per deputati e senatori.
Dice Alfano in Commissione Giustizia: "Si parla sempre dei padri costituenti, dell’ottimo lavoro che hanno fatto, della Costituzione intoccabile. È mai possibile che l’unica macchia fosse proprio l’immunità? È lì, invece, che bisogna tornare". Battaglia possibile che, nelle intenzioni del ministro della Giustizia, potrebbe ottenere il consenso di ampi settori dell’opposizione. E il plauso di chi, nella maggioranza, sarebbe favorevole a votare una legge per tutti e non solo per salvare il premier dai guai giudiziari.
L’immunità è tema dell’autunno. Per ora tengono banco le intercettazioni. Il decreto non ci sarà. Né per aumentare le pene per chi le pubblica, né per rendere impossibile la stessa pubblicazione. Com’era chiaro sin da mercoledì. Da ieri sera l’ufficialità è arrivata con l’odg del Consiglio dei ministri in cui non compare la parola "intercettazioni".
Berlusconi, rispetto agli annunci di martedì a Napoli, ha dovuto rinunciare di fronte agli insistenti consigli di Gianni Letta, di Alfano, del suo avvocato Niccolò Ghedini che, calendario parlamentare alla mano, gli hanno dimostrato la concreta impossibilità di convertire un dl approvato il 4 luglio, firmato qualche giorno dopo da Napolitano (ammesso che lo avrebbe fatto, il che è tutto da vedere), in scadenza la prima settimana di settembre "perdendo" tutte le ferie delle Camere per convertirlo. Per dirla con la battuta di Ignazio La Russa "ad agosto è più facile convertire un mujaheddin al cattolicesimo che un dl in legge...".
Alla marcia indietro hanno contribuito altri tre elementi: quello che succederà oggi, a Napoli, nell’udienza per l’inchiesta Saccà; il dato oggettivo che qualsiasi legge, anche la più severa, potrebbe non impedire la pubblicazione. "Il fatto che ci siano gravi sanzioni contro rapine e furti non impedisce certo che ci siano gli uni e gli altri" gli hanno spiegato i suoi.
Se un giornale dovesse avere le imbarazzanti conversazioni da giorni oggetto di gossip, potrebbe pubblicarle sfidando sanzioni, multe e galera. E se la copia in possesso della procura di Napoli fosse distrutta, ma ne esistesse un’altra in giro, anche quella, pur incorrendo in una pena, potrebbe essere resa pubblica.
Terza considerazione: dopo le battaglie in corso per far passare la norma sulla sospensione dei processi (il leader Pd Veltroni la definisce "un mini indulto", Casini ne chiede l’abolizione, ma il governo va avanti senza modifiche) e il lodo Alfano, un terzo scontro sul decreto intercettazioni sarebbe improponibile soprattutto dopo la freddezza dimostrata da An (col presidente Fini) e dalla Lega. Che ieri, in un incontro riservato tra il coordinatore Calderoli, Rosy Mauro, i capigruppo Cota e Bricolo, ha ribadito l’assoluta mancanza di spazio per un decreto sugli ascolti.
Per non parlare dell’opposizione. Antonio Di Pietro pronto a ironizzare sul fatto che, siccome "i giornali non pubblicano, non c’è più l’urgenza di fare il dl". Anna Finocchiaro (Pd) convinta che "non esistono le condizioni di necessità e urgenza per giustificarlo". Il leader Udc Casini insofferente verso un governo che "parla" di intercettazioni mentre "le famiglie non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese e vengono decurtati gli organici delle forze di polizia". Meglio chiudere la pagina, evitare altri conflitti col Quirinale, puntare su sospendi-processi e lodo Alfano.

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