L'Associazione Il Detenuto Ignoto nasce con l'intento di affermare e promuovere i diritti dei cittadini detenuti, in attuazione di quanto disposto dall'articolo 27 della Costituzione italiana. Il Detenuto Ignoto in questi anni è stata animatrice di importanti iniziative, attraverso lo studio delle realtà e delle politiche del sistema penitenziario italiano, la consulenza e la produzione legislativa, il coordinamento di comitati, l'organizzazione di seminari, convegni, eventi e manifestazioni.

COME CONTATTARE L'ASSOCIAZIONE:

email: Info@DetenutoIgnoto.com


Via di Torre Argentina 76, presso Partito Radicale 00186 Roma





sabato 5 luglio 2008

Giustizia: continuità assistenziale nelle strutture penitenziarie

di Francesco Ceraudo (Presidente Amapi)
 
La Medicina Penitenziaria non è materia di studio universitario. Il carcere è un luogo di frontiera che si tende ad ignorare o a parlarne il meno possibile poiché raffigura il male morale della società. Tuttavia, è anche il luogo di lavoro di molta gente onesta. Bisogna sottolineare l’aggettivo onesta poiché a volte sembra che lavorare nel carcere sia un demerito quasi che la punizione del detenuto debba ricadere anche su chi lo deve gestire. Proprio a noi Operatori della Medicina Penitenziaria in molte occasioni ci è sembrato che questo lavoro non venisse riconosciuto come dovrebbe, ma anzi quasi censurato.
Nel passaggio di gestione dal Ministero della Giustizia a quello della Salute, la Medicina Penitenziaria dovrebbe fare un salto di qualità. L’assicurazione di una buona continuità assistenziale ai detenuti dovrebbe essere maggiormente garantita. Eppure qualche oscura nube all’orizzonte pare si stia addensando soprattutto per le iniziative infelici di qualche solerte dirigente periferico di Asl. Minacciano incompatibilità. Si mormora che vi siano delle incompatibilità con altri lavori esterni. Non abbiamo ben chiaro questo concetto.
Siamo transitati al Ssn con la tutela della legge 740/70 che fissa regole di assoluta compatibilità. Allora cosa vuol dire parlare di incompatibilità? Dovremmo forse lavorare esclusivamente per il carcere? E quale medico, infermiere o specialista accetterebbe di svolgere la propria professione in un ambiente così stressante e logorante senza altri stimoli? Bisogna aver paura di un Medico che lavora solo in carcere. Appena poi trova una collocazione lavorativa all’esterno, lascia immediatamente il lavoro penitenziario.
Subentrerà un preoccupante turnover. Verrà a lavorare in carcere chi fuori non trova di meglio. E poi nessuno di noi ha fatto domanda di assunzione nella polizia penitenziaria. Perché un rapporto così esclusivo comporterebbe diventare quasi delle guardie. Altra voce vorrebbe affidare di notte alla guardia medica territoriale la cura dei detenuti. Una scelta pazzesca e stravagante per diverse ragioni.
Innanzitutto la continuità assistenziale sul territorio è oramai affidata ai neolaureati e pensiamo che una maggiore esperienza nel carcere sia necessaria. Poi, comunque sia, nessun medico, anche se lavora in un altro carcere, e quindi conosce le problematiche degli Istituti, si prende la responsabilità di lasciare a domicilio un soggetto coatto che non può neanche interpellare successivamente per telefono. La scelta obbligata è quello dell’inviare il soggetto al più vicino pronto soccorso.
C’è anche da aggiungere che se si innesca il meccanismo di invii continui all’ospedale ce ne sarà più di uno che ne vorrà approfittare per prendere una boccata di ossigeno. No, pensarla così sarebbe un errore gravissimo. Il carcere non può essere una bottega per imparare un po’ il mestiere e poi mollare. Forse bisogna riflettere sull’ambiente, i soggetti e le dinamiche. Il carcere è una frontiera militare che non si può varcare bellamente quando e come si vuole.
La Sicurezza è il cardine di ogni Istituto. Sicurezza significa anche selezionare il personale civile, creare con il tempo un rapporto di fiducia con la struttura carceraria e cercare di mantenerlo il più possibile. La Sicurezza è anche una condizionale nel nostro lavoro di Medici che non si riscontra in altri ambienti. Come abbiamo su accennato inviare un paziente al pronto soccorso non comporta alcun pregiudizio in altri contesti.
Può invece creare seri problemi se il paziente è un detenuto. La Polizia Penitenziaria è quasi sempre sotto organico. Specie di notte creare una scorta per accompagnare un detenuto all’ospedale può creare seri problemi di gestione dell’Istituto. Questo significa forse ignorare un’emergenza? No, vuol dire semplicemente avere in mano quella giusta competenza per decidere quando è il caso e quando no di far uscire un detenuto.
Per un Medico di primo pelo o anche di lungo corso che però non si è mai trovato di fronte a uno che si mangia lamette da barba, la tentazione di spedirlo all’ospedale viene di istinto. Ma un Medico di Medicina Penitenziaria con esperienza di anni nelle carceri, riesce a gestire una tale situazione senza necessariamente inviare al pronto soccorso.
I detenuti non pensano e non agiscono come persone normali. La ristrettezza è una condizione innaturale che innesca strani meccanismi. L’autolesionismo, ad esempio, il procurarsi tagli multipli sul corpo è un fenomeno tipico di tanti detenuti. Il dovere del Medico non è solo quello di ricucirlo ma anche di ascoltarlo. Anche in questo caso la tentazione di una sedazione preventiva è forte.
Invece, tante volte è proprio quello che andrebbe evitato. Si tratta di una richiesta di aiuto psicologico che devi sapere interpretare. E ciò lo comprendi solo dopo una lunga esperienza. E devo dire che tante volte sono gli infermieri, i quali hanno con i detenuti un rapporto più vicino e costante, a sapere come usare le giuste parole. Alludo a infermieri che conoscono il carcere come le loro tasche.
I detenuti inoltre possono essere bugiardi. C’è in loro, specie nei tossicodipendenti, una forma di autodistruzione di cui neanche si rendono conto. La richiesta di un surplus di terapia è una costante in molti di loro. Pur di ottenere qualche goccia di sedativo in più inventano storie lacrimosissime. Il pietismo è un difetto in questi casi. Ma avere il coraggio di negare ciò che ai loro occhi può apparire una banale richiesta, fa parte di un bagaglio culturale che un operatore del carcere può acquisire solo sul campo.
Tutti noi, le prime volte, siamo caduti in queste trappole, siamo cioè stati manipolati dai detenuti. Non ne parlo con disprezzo. Lo dico come semplice constatazione dei fatti. Aggiungo, per chiarire, l’uso anomalo di certi farmaci. Chi mai si sognerebbe che una certa medicina può essere trasformata in una sorta di sostanza stupefacente? È un dato questo che acquisisci solo in questo ambiente e dopo averci lavorato a lungo.
Per cui quando ti avvedi che una certa richiesta è costante e concentrata in una sola cella sospendi il trattamento. Sto parlando di gestione quotidiana, di normale amministrazione. Attenzione però, normale per chi conosce le dinamiche del carcere. Per me è improponibile affidare la salute dei detenuti a gente di passaggio. Si finirebbe nel caos più totale. Né si può pretendere che un professionista debba svolgere esclusivamente un lavoro in un ambiente così stressante e pericoloso. I detenuti non sono tutti tranquilli. Vi sono alcuni di elevata pericolosità sociale con cui tu comunque ti devi confrontare.
Lavorare nel carcere è divenire a far parte di un meccanismo leonardesco: sei una puleggia, devi entrare in armonia con l’ambiente, agire in sincronia, muoverti in sinergia con l’ambiente. E poi devi avere "stomaco". Non sono pochi quelli che non hanno resistito più di un giorno. Si tratta infatti, come già ribadito, di un ambiente usurante e logorante oltre che deprimente.

Nessun commento:

Si è verificato un errore nel gadget