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sabato 12 aprile 2008

Giustizia: le carceri si riempiono ma non è colpa dell’indulto

di Luigi Manconi (Sottosegretario alla Giustizia)

Il Sole 24 Ore, 9 aprile 2008

Meritoriamente "Il Sole 24 Ore" ha riportato lunedì scorso l’attenzione sulle carceri e sul rischio che il loro affollamento torni a superare il livello di guardia (invivibilità, promiscuità, crisi dei servizi essenziali e limitazione dei diritti elementari, per chi vi è recluso e per chi vi lavora): come già accadde tra il 2005 e il 2006, tanto da indurre una larghissima maggioranza parlamentare ad approvare un provvedimento di clemenza capace - come in effetti è stato di ridurre rapidamente il numero delle persone detenute.
Siamo oggi a circa 52.000 de tenuti, quasi 9.000 più della capienza regolamentare, anche se ancora 11.000 meno di quella che l’amministrazione penitenziaria ritiene tollerabile. Nuovo affollamento, quindi, e disagi che cominciano a farsi pesanti, nelle condizioni di vita dei detenuti e in quelle di lavoro del personale.
Ma è l’indulto che riempie le carceri, come titola "Il Sole" di ieri? No, questo proprio non si può dire sulla base di inequivocabili dati statistici. Dei circa 27.000 detenuti scarcerati anzitempo grazie alla riduzione di pena prevista dall’indulto, a oggi poco più di settemila sono stati arrestati perché accusati di aver commesso un nuovo reato. Non pochi, certo, ma ancora meno del 30% dei beneficiari del provvedimento di clemenza: una goccia nel mare dei circa 130 - 140 mila ingressi in carcere registrati da allora a oggi; e, alla resa dei conti, solo la metà delle circa 14 mila presenze in più rispetto al drastico calo delle settimane immediatamente successive all’approvazione del provvedimento di indulto.
E non va mai dimenticato che - senza l’indulto del 2006 - le proiezioni ci dicono che oggi la popolazione reclusa supererebbe le 70 mila unità: un autentico disastro umanitario e una temibile minaccia per la collettività nazionale.
In verità le carceri si riempiono nonostante l’indulto, come del resto era ampiamente prevedibile e come questo ministero non aveva mancato di segnalare con largo anticipo. Sin dall’inizio della discussione pubblica intorno alla necessità e all’urgenza di un provvedimento di clemenza, abbiamo sempre sostenuto che esso avrebbe dovuto essere accompagnato da riforme strutturali del sistema penale.
Ovviamente da un adeguamento delle strutture in senso proprio, ma anche - e soprattutto da una riforma del sistema penale che riduca il ricorso alla carcerazione al minimo indispensabile (ovvero quando rigorosamente necessario) sia in fase di giudizio che in fase di esecuzione. Insomma, per contenere il sovraffollamento, non si può pensare che eccezionali provvedimenti di clemenza diventino la norma, ma neanche che sia possibile affrontarli solo in termini edilizi, inseguendo l’utopia negativa di una domanda pressoché inesauribile di carcerazione.
Al contrario, è necessario contenere il "bisogno di prigione" nei limiti della sua efficacia rispetto allo scopo. In questa direzione andavano i progetti di riforma del Codice penale e del Codice di procedura elaborati dalle commissioni ministeriali Pisapia e Riccio; in questa direzione andava la proposta di riforma della legge sull’immigrazione e quella auspicata sul trattamento penale dei consumatori di sostanze stupefacenti.

Purtroppo, lo scioglimento anticipato della legislatura ha interrotto questi percorsi di riforma, la cui necessità si fa oggi sentire attraverso il nuovo affollamento degli istituti penitenziari. Toccherà al nuovo Parlamento e al nuovo Governo rimetterli in agenda, tenendo a mente le indicazioni che vengono dagli studi di Francesco Drago, Roberto Galbiati e Pietro Vertova che anche lunedì, sul Sole 24 Ore, hanno richiamato la nostra attenzione sul potenziale criminogeno del carcere. Piuttosto che un liquidatorio giudizio sulla inutilità della finalità rieducativa della pena, se ne trae una rinnovata motivazione a favore del carcere come extrema ratio e al potenziamento delle alternative alla detenzione: quel che abbiamo cercato di fare, quel che bisognerà ancora cercare di fare.

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